Dopo l’esperienza in Calabria dello scorso anno, che per noi ragazzi 96/97 di S. Quirino, S.Prospero e S.Pietro ha segnato la fine dei classici campeggi in montagna, gli educatori insieme a Don Carlo ci hanno proposto un pellegrinaggio.
“From Assisi to La Verna”. Da Assisi alla Verna. Un titolo che colpisce, che ha un impatto particolare, nonostante nessuno, in quel momento, sapesse la distanza della meta. 100 km. Ci aspettava un pellegrinaggio di 100 km, diviso in 4 tappe: Citerna, San Sepolcro, Pieve Santo Stefano e La Verna.
In ciascuna di queste tappe il nostro gruppo era accompagnato da alcune parole chiave, simbolo delle letture del giorno e oggetto di riflessione, soprattutto nell’ora di silenzio iniziale (durante il cammino) consigliataci dagli educatori.
I primi due giorni trascorsi a visitare Assisi sono stati importanti perché, come sottolineava il Don “E’ importante cominciare il cammino dai luoghi di Francesco e dalla sua tomba”. E così è stato. Il momento sicuramente più suggestivo è stato proprio il “contatto” con la tomba del santo nella basilica di San Francesco.
Città di Castello Citerna: silenzio, parola e discernimento. Dopo due giorni di visita ad Assisi comincia la prima tappa, la quale è stata sicuramente la più particolare: a testa bassa, tutti insieme, abbiamo cominciato a macinare km, ma, a ripensarci, in maniera un po’ sorprendente: il nostro cammino non era scandito da nervosismo, ansia e fretta di arrivare, ma da curiosità, attenzione, meditazione, . L’arrivo ci ha subito testimoniato che la fatica, sia fisica che psicologica, viene ripagata da un’immensa soddisfazione (e da torte e frutta fresca preparata dai nostri cuochi che ci seguivano in furgoncino). Vorrei rendere il racconto molto più drammatico e difficile di quello che è stato, ma non posso fare altro che ricordare (con immenso piacere) la sorpresa organizzata dagli educatori di farci trovare una piscina prenotata per noi, nel luogo in cui, in teoria, avremmo dovuto farci le docce.
San Sepolcro: fatica e lotta. Queste due parole chiavi cadono a pennello. Dopo l’entusiasmo della “prima volta”, la seconda è stata sicuramente più impegnativa per una serie di fattori, in particolare l’asfalto. Per arrivare a San Sepolcro, infatti, non abbiamo percorso la via francescana (sentiero nel bosco) ma la statale. Camminare sull’asfalto non aiuta, soprattutto perché sei circondato da macchine che sfrecciano ai 100 km/h. Si può perfettamente parlare, quindi, di fatica e lotta perché, credo, sia stata l’unica tappa che ci abbia messo davvero in difficoltà.
Pieve Santo Stefano: fraternità, povertà e libertà. Personalmente la tappa più bella. Sono convinto che questa sia stata la tappa che ha fatto la differenza. Dopo un pezzo iniziale di strada asfaltata, ci siamo ritrovati a costeggiare un lago, in mezzo ad una vallata senza sentiero, che dava realmente l’idea di pellegrinaggio. Ecco, qui credo che il Signore abbia toccato molti di noi, si è fatto sentire. Non a caso io, dopo 4 giorni, ho sentito di essere a casa. Una delle sensazioni più belle del viaggio. Anche qui la parola fraternità è perfetta per rappresentare ciò che stavamo per diventare. Fratelli.
La Verna: servizio. Ultima tappa. Vi ricordate quando prima ho scritto che nel nostro cammino non c’era ansia? Beh purtroppo la prima ora della nostra ultima tappa l’abbiamo trascorsa così. Con la fretta di arrivare. Ammassati come pecore, dal cammino pesante, in un’atmosfera in cui riflettere era impossibile. Grazie a Dio c’è Don Carlo che se n’è accorto e ci ha aiutato. Durante il cammino avevo la sensazione che insieme a loro, ai miei amici, avrei potuto percorrere altri 80 km..
All’arrivo abbiamo provato tutti una sensazione unica di soddisfazione, felicità, sollievo, ma credo anche di rammarico, poiché sono convinto che ognuno di noi avrebbe continuato volentieri a sudare e faticare insieme ai propri fratelli.
La vacanza credo che abbia raggiunto l’apice emotivo nella messa in cappella alla Verna. Il Don e gli educatori, per concretizzare il vangelo e mostrarci da dove viene il bene che ci vogliono, al posto della messa, senza che sapessimo nulla, hanno deciso di lavarci i piedi. “Beh, quante volte ho visto una lavanda dei piedi in chiesa? Normalissima..” Penseranno molti di voi, ma non è così, perché quel gesto, così improvvisato, naturale e AUTENTICO, in quell’ambiente, ci ha stesi tutti, perché ognuno di noi si è sentito amato.
Comincio a pensare seriamente che il Don sia un indovino, perché anche qui la parola chiave “servizio” è la più adatta per sottolineare la gioia, il silenzio e la GRATUITA’ con cui i nostri cuochi (e soprattutto uomini delle pulizie) Angelo Ficarelli, Rita Campari e Massimo Veresani ci abbiamo accompagnato. Grandi esempi, la cui partenza verso casa ha commosso tutti.
Il giorno dopo il nostro arrivo abbiamo visitato il santuario della Verna, luogo in cui Francesco ricevette le stigmate (segni della crocifissione di Cristo). La parola chiave era infatti “somatizzare l’amore”. Vi garantisco che lì, uno può essere scocciato quanto vuole, può non aver voglia di fare il ritiro spirituale (come me), ma è impossibile che non venga toccato. Il posto fa tutto da solo. Sensazioni uniche e indescrivibili. So solo che siamo stati toccati, dal primo all’ultimo.
Gli ultimi due giorni al mare, che all’apparenza non c’entrano niente con il pellegrinaggio, ci hanno aiutato (come ha detto Don Carlo) a non avere un impatto troppo brusco con la quotidianità, che rischiava di cancellare in un paio d’ore tutto ciò che avevamo sentito e visto.
La cosa più bella, per me, è che alla fine dei 10 giorni non c’erano più Don, educatori e ragazzi, ma un’unica grande famiglia.
Matteo Davoli (Giovanissimi 96-97)








