In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 33-43.45)
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Commento al Vangelo di don Sergio Pellati
Nel testo biblico la Vigna del Signore ha sempre indicato la proprietà che Dio, per un segno di amore, ha riservato a sé: il popolo eletto, il popolo della promessa e della alleanza. Ma questa promessa ed alleanza non esonerava gli Ebrei dal doverci mettere del proprio, cioè rispondere con la fedeltà e dal “pensarsi già salvati” senza una risposta tanto da diventare “padroni” della Alleanza. Gesù è molto duro in questa parabola/similitudine. Credo che ci serva per questo periodo sia per la nostra fede che per la nostra umanità. Il male ci tiene lontani gli uni dagli altri, stiamo capendo come sia importante la vita insieme e la vita di un popolo “unito”, dove anche i singoli comportamenti sbagliati possono “contagiare nel male altre persone” e stiamo cercando il modo per non perdere il Bene di Dio non dandolo per scontato anche in un momento in cui ci è “temporaneamente sospesa” la preghiera comunitaria. Siamo altrettanto consapevoli che le conversioni del cuore come degli stili di vita non siano né facili né repentine.
Gesù ci assicura che il Regno sarà dato a “un popolo che ne produca frutti”. Impariamo da questo tempo di isolamento e distanza a scegliere di portare frutto anche a distanza con la preghiera, l’affetto che passa dai cuori e quella carità che ci è possibile anche in questi momenti.
Un grazie a chi si adopera in questa situazione di emergenza senza dimenticare che se continueremo a portare frutto anche in tempi meno emergenziali sarà un modo per guadagnare il premio di bene che ci viene da Dio e rendere migliore la vigna dove lavoriamo, cioè la Chiesa e il nostro mondo.








